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Perussia F., Viano
R. (2002). "Paesaggi mentali: Natura viva con alberi".
Italus Hortus:Rivista scientifica della Società Orticola
Italiana, 9(1), p.45-49.
Felice Perussia, Renata VIANO
PAESAGGI MENTALI
NATURA VIVA CON ALBERI
ABSTRACT - With
the scientific progress of the '900 people have developed a diffused
ecological sensibility. Such sensibility has aroused worry for
the natural broken order, whose cause has been attributed for
the more to the intervention of mankind. Environmental psychology
has faced the theme, investigating the way in which the perception
of the natural environment is structured, and the way in which
this representation of the world springs out of subjectivity.
Particularly: we note that the ecological variable, for his symbolic
contents, is often a matter on which we project an existential
more general uneasiness. To understand ecological sensibility
it is therefore necessary to consider it like a complex system
of representations, that is objective and scientific, but also,
and in a remarkable way, subjective and psychological.
RIASSUNTO - Con
il progresso scientifico del '900, specie nelle scienze biologiche
e agrarie, si è sviluppata una diffusa sensibilità
ecologista. Tale sensibilità ha suscitato preoccupazione
per l'ordine naturale infranto, la cui causa è attribuita
per lo più all'intervento dell'uomo. La psicologia ambientale
ha affrontato il tema, indagando il modo in cui si struttura
la percezione dell'ambiente naturale, e come tale percezione
scaturisce dalla rappresentazione del mondo che ciascuno si costruisce
soggettivamente. In particolare: si rileva che la variabile ecologica,
per i suoi contenuti simbolici, è spesso una questione
su cui viene proiettato un disagio esistenziale più generale.
Per comprendere la sensibilità ecologista è dunque
necessario considerarla come un sistema di rappresentazioni assai
complesso, che è sì oggettivo e scientifico, ma
anche, e in modo rilevante, soggettivo e psicologico.
Parole chiave: percezione ambientale, ecologia,
immagine della natura
Key words: environmental perception, ecology, image of nature
Il tema delle alberate, e della loro migliore cura,
ci permette di riprendere qui una riflessione che andiamo sviluppando
da tempo, a proposito della dimensione soggettiva del nostro
rapporto con l'ambiente fisico e naturale. Presentiamo in questa
sede tale riflessione rifacendoci anche a vari testi precedenti,
nostri ed altrui (riportati in bibliografia per facilitare eventuali
approfondimenti), ma tenendo come riferimento specifico soprattutto
il tema del rapporto che intercorre fra il soggetto e la natura,
di cui il verde in generale e gli alberi in particolare rappresentano
un elemento concreto particolarmente rilevante.
Obiettivo di questo breve scritto è dunque quello di evidenziare
alcuni elementi della riflessione psicologica in tema di rapporto
tra l'essere umano e l'ambiente che lo circonda. Speriamo che
tali considerazioni, per lo più derivanti dalla ricerca
sul campo, possano risultare di qualche utilità come stimolo
per i colleghi che affrontano quotidianamente, nella ricerca
scientifica così come nella pratica dell'intervento, il
difficile compito della gestione del verde. La "questione
alberate" rientra infatti, come caso particolare, nel più
generale problema del verde, dell'ambiente e della sua gestione,
con particolare riferimento alla dimensione umana.
Il tema del verde è caratterizzato, nel
nostro tempo e nella nostra cultura, dall'elevato sviluppo delle
conoscenze scientifiche che il genere umano ha saputo sviluppare,
soprattutto in virtù della ricerca condotta nel campo
delle scienze biologiche e agrarie. Accanto alla conoscenza ecologica
scientifica si è sviluppata tuttavia anche una particolare
lettura diffusa dei temi ambientali che può essere definita
come sensibilità ecologista. Questa è propria del
pubblico, dei cittadini in genere, molto più che degli
scienziati, i quali pure ne sono in qualche modo coinvolti
La sensiblità ecologica tende peraltro a sviluparsi in
termini di preoccupazione e di pericolo. La (iper)sensibilità
ecologista è insomma diventata ormai parte costitutiva
della opinione pubblica internazionale, in termini di preoccupazione
e di timore del peggio. La condizione (post)moderna coincide
infatti anche con la coscienza, o almeno con la percezione, di
un ordine naturale infranto.
Tale iper-sensibilità deriva in parte dalla effettiva
gravità della compromissione ambientale. La qualità
intensa e penetrante dell'inquieto coinvolgimento che lo squilibrio
ecologico è in grado di suscitare in noi discende tuttavia
anche dalla capacità evocativa, in termini di simbologie
profonde, che l'immagine attuale dell'ambiente suscita sul piano
culturale e psicologico in una parte rilevante dei cittadini.
Per poter cogliere appieno il significato soggettivo della preoccupazione
ecologista occorre dunque astrarsi, almeno per un momento, dalla
concreta realtà scientifica della ecologia e della relativa
compromissione ambientale. Per evidenziare i contenuti mitici
e simbolici della sensibilità verde, bisogna cioè
metterne da parte la sostanza materiale. L'umanità attraversa
(come sempre, del resto) un momento critico. E l'ambiente, che
è una componente significativa di tale disagio, si presta
anche, almeno in parte, a svolgere la funzione di uno schermo
su cui proiettare varie nostre fantasie.
C'è un settore della psiologia che ha cercato
di capire meglio questo tipo di probema. Tale settore viene definito
come psicologia dell'ambiente, intesa come quella parte della
psicologia che si propone di studiare il modo in cui gli ambienti
vengono percepiti e, attraverso le rappresentazioni che ce ne
creiamo, organizzano e determinano soggettivamente il nostro
comportamento.
Il presupposto concettuale di tale approccio riguarda la distinzione
fra ambiente geografico e ambiente comportamentale. Secondo tale
prospettiva, noi percepiamo obiettivamente il mondo almeno quanto
ce lo costruiamo soggettivamente. In altre parole: il rapporto
che instauriamo con la realtà è il prodotto delle
nostre volontà e delle nostre rappresentazioni, molto
più che della sostanza ontologica degli oggetti, pur nei
limiti in cui è possibile definirla.
La ricerca sulla soggettività ambientale, ad esempio,
porta in primo piano il carattere "fisiognomico" delle
rappresentazioni dell'habitat. Lo studio dell'ambiente, da un
punto di vista psicologico, coinvolge cioè l'analisi delle
cosiddette qualità percettive di terzo grado; quelle per
cui un tuono ci appare minaccioso (anche se non c'è alcun
pericolo obiettivo in quel rumore) o l'incontro con una valle
alpina ci risulta immediatamente tranquillizzante, anche se la
vediamo solo da lontano. E' evidente che tali connotazioni (diciamo:
emotive) non sono parte "oggettiva" del paesaggio che
ci circonda, ma pure vengono vissute come tali.
L'esistenza di una psicologia scientifica trova la propria giustificazione
in alcuni semplici principi. Uno dei suoi assunti più
fondativi, e interessanti nella prospettiva sviluppata qui, è
dunque che esiste un dualismo ineliminabile tra realtà
"obiettiva" (ambiente fisico) e realtà "soggettiva"
(ambiente psicologico). Un altro principio rilevante è
che esiste uno scarto strutturale tra la consapevolezza del proprio
agire (il vissuto, la coscienza, ecc) e l'insieme dei meccanismi
causali del comportamento (le dinamiche inconsapevoli e situazionali,
i condizionamenti, ecc). In altre parole: noi siamo spesso convinti
di agire per talune ragioni di cui abbiamo coscienza, ma, ad
una osservazione più attenta e sistematica, le cause del
nostro agire possono anche risultare diverse (e meno consapevoli).
Tali molteplici dimensioni del nostro essere nel mondo (oggettiva-soggettiva;
consapevole-inconsapevole) sono coordinate ed integrate fra loro,
tant'è che noi siamo in grado di vivere efficacemente
nella realtà materiale nonostante l'incommensurabilità
di questi mondi paralleli, ma non coincidenti. L'esistere del
vivente avviene su tutti questi (ed altri) piani, che si rimandano
continuamente dall'uno all'altro, in un gioco complesso che agisce
in varie direzioni.
Ciascuno di noi costruisce dentro di sè, per il solo fatto
di avere a che fare con il mondo, una complessa rappresentazione
spontanea dei fenomeni fisici, geografici, biologici, ovvero
filosofici, psicologici e via dicendo. Ciò avviene indipendentemente
dall'avere avuto occasione di studiare questi argomenti a scuola
o in laboratorio. Tale nostra modalità di interazione
cognitiva con l'ambiente esterno viene spesso definita in letteratura
con il termine di "scienza ingenua" (dove "ingenuo"
non sta per "sciocco", bensì per "non tecnico").
Lo studio della scienza ingenua, che è un settore emergente
della psicologia, ha affrontato vari aspetti della nostra rappresentazione
spontanea della realtà fisica, e più in generale
di molti temi che sono oggetto di studio sistematico da parte
di discipline accademiche. Le immagini della natura, e dell'intervento
su di essa, si configurano allora come casi particolari, e rilevanti,
di scienza ingenua. Il vissuto di tali categorie concettuali
appare allora interessante specialmente perchè si configura
come un registro basale di strutturazione del nostro rapporto
con il mondo.
Tutto questo insieme di ricerche giunge ad alcune conclusioni
in parte ricorrenti. Tra queste: si è rilevato come vi
siano delle differenze evidenti tra l'immagine della realtà
che caratterizza l'uomo della strada e quella più tipica
dallo scienziato. Tale diversità riguarda però
solo alcuni aspetti del mondo fisico, e si è venuta a
determinare solo in tempi recenti. Inoltre: l'immagine del mondo
tipica dell'uomo comune e quella diffusa presso gli scienziati
variano tra loro molto più per i contenuti (la formulazione
letterale delle "leggi" scientifiche più condivise)
che non per i processi mentali su cui si basano (i "ragionamenti"
da cui nascono). Lo scienziato utilizza cioè delle fonti
di informazione parzialmente diverse da quelle che sono simili
per tutti gli esseri umani, più che ragionare in un modo
del tutto differente.
Per quanto concerne, in particolare, il vissuto del nostro rapporto
con la natura (il verde) si è poi rilevato come esista
una difficoltà evidente a definire esattamente che cosa
la natura sia. Sembra, in pratica, che l'uomo riesca a definire
il contesto naturale, e gli eventi che vi si svolgono, solo in
contrapposizione all'intervento umano. In altre parole: per il
pubblico medio, basandoci su una vasta serie di ricerche empiriche,
sembra essere naturale principalmente ciò che non è
prodotto dall'uomo, e viceversa. Ciò significa, tra l'altro,
che l'interpretazione degli eventi che coinvolgono la natura,
siano essi negativi o positivi, dipende in buona parte dalla
nostra percezione di ciò che è fatto dall'uomo
(man made) in quanto contrapposto a ciò che invece esiste
di per sè (natural).
Il soggetto ingenuo basa la propria lettura degli eventi naturali
principalmente sull'esperienza fenomenica e sui mezzi di comunicazione
di massa (televisione, giornali, ecc.). Il soggetto scientifico
utilizza invece, in misura maggiore, i paradigmi delle discipline
specialistiche ovvero i mezzi di comunicazione d'elite (pubblicazioni
scientifiche, congressi, ecc.). Mentre il primo si limita generalmente
ad osservare quello che gli succede intorno, il secondo compulsa
piuttosto le ricerche accademiche e gli strumenti del suo laboratorio.
Può accadere che un individuo sia soggettivamente di buon
umore per via di una massiccia presenza di ossigeno nell'aria,
ma pensa che ciò dipenda dalla bellezza del paesaggio
che lo circonda. O ancora: egli si sente fisicamente a disagio
per un netto incremento dell'inquinamento, che però non
necessariamente esiste materialmente ma che è stato evidenziato
da un battage dei media. Questo vale per l'uomo della strada,
che interagisce col mondo, pure reale, maggiormente in termini
affettivi e ideologici. Ma vale anche per l'industriale, il tecnico,
l'ingegnere, il medico o il biologo, che ritiene di possedere
punti di riferimento più obiettivi ma che cionondimeno
è anche un uomo della strada, un lettore di giornali,
un soggetto (cioè un sistema interpretante).
Dal punto di vista di un'analisi del rapporto con l'ambiente,
nel senso in cui questo termine è inteso dal linguaggio
comune, ciò significa che la nostra rappresentazione ecologica
è determinata da molti più fattori di quanti qualsiasi
soggetto implicato possa avvertire. Lo stesso vale per la gestione
di tale fattore ambientale. In altre parole: l'ambiente è
una variabile con un rilevante contenuto obiettivo, ma che è
fortemente determinata anche dalla soggettività. Per capirla,
ed agire su di essa, è dunque necessario avere consapevolezza
della sua inesorabile realtà di sistema obiettivo-soggettivo.
La struttura del pensiero ecologista, quale si
presenta nel pubblico e quindi anche (in parte) nei tecnici e
scienziati più sofisticati (che pure di tale pubblico
fanno parte), può essere sintetizzata in alcuni punti.
Ne indicheremo qualcuno tra quelli più significativi in
questa sede.
I termini della questione ecologica sono molto indeterminati.
Praticamente nessuno, lo si è già accennato, è
in grado di definire in modo chiaro e univoco concetti come quello
di natura, e quindi di inquinamento, di compromissione ambientale,
di ecologia, ecc. Il riferimento a tale vago concetto complesso
di ambiente-natura rappresenta però una dimensione molto
diffusa, che coinvolge la sostanziale totalità dell'opinione
pubblica. La comparsa del tema "eco" è comunque
trascinante. In pratica: tutti ne sono partecipi, ma in modo
assai vago.
La sensibilità ecologica si struttura fondamentalmente
in termini di psicologia dell'attribuzione. Essa consiste nella
classificazione di alcuni problemi sotto la voce della crisi
ambientale e nella identificazione di fattori circoscritti cui
attribuirne l'origine e la responsabilità. Detta responsabilità,
di solito, non è autoriferita, ma proiettata su entità
esterne. Queste sono indicate principalmente nelle attività
industriali ma anche nell'intervento dell'umanità in genere
(me escluso, assieme a quelli con cui mi identifico). Grosso
modo: siamo tutti convinti (al momento attuale) che esiste una
alterazione della natura e che questa è il prodotto dell'azione
(della presenza) dell'uomo.
La preoccupazione ambientale poggia largamente su una elaborazione
del problema originario della pulizia, e sui relativi sensi di
colpa. Trova quindi alimento anche in fantasie di onnipotenza
(almeno secondo la ricerca psicologica) connesse con la distruttività
simbolica dei rifiuti e degli scarti in genere. In sostanza:
si teme l'intervento umano perchè lo si vive, a livello
profondo, come potenzialmente fortissimo e strutturalmente incontrollabile
(il disastro ecologico, ovvero l'inquinamento, ovvero l'alterazione
della "natura", coincide con lo sfuggire di un potente
qualcosa che sentiamo esistere dentro di noi).
L'identificazione del disagio esistenziale e delle dinamiche
intrapsichiche con il problema ecologico offre insomma un eccellente
supporto esterno per la elaborazione delle nostre fantasie (e
delle nostre preoccupazioni esistenziali). Esso non risolve però
il disagio basale del soggetto. Questi è dunque costretto
a trovare nuovi spunti, in sempre nuovi oggetti, vista l'inefficacia
(sempre a livello di vissuto) di quelli pretestuosamente utilizzati
fino ad ora. In poche parole: l'ambiente si è sostituito,
nel nostro tempo, a temi che in precedenza svolgevano una funzione
simile: la inefficacia esistenziale e sociale della religione
rivelata, il deterrente nucleare, la politica, la lotta di classe,
o quant'altro.
Il pensiero verde è in primo luogo appunto
un pensiero, e solo secondariamente intrattiene un qualche legame
con i fatti. La finzione retorica che giustifica qualsiasi ideologia
è quella di proporsi come lettura fredda e impersonale
della realtà, e non come sua interpretazione. Ma anche
la più rigorosa delle scienze si basa su convinzioni cariche
di teoria.
Capire la dimensione soggettiva dell'ecologismo non significa
negare il problema dello squilibrio ambientale, ma ci può
aiutare a cogliere le sovradeterminazioni soggettive che vengono
edificate sulla eventuale realtà dei fatti. La psicologia
del pensiero verde consiste, in particolare, nella esplicitazione
di una grande metafora, che trova negli oggetti esterni un punto
di riferimento straordinariamente fertile. Tramite il richiamo
all'ecosistema, l'uomo moderno può infatti esprimere fantasmi
e preoccupazioni che hanno sempre fatto parte della condizione
umana.
Al centro del pensiero verde sta la convinzione che la natura
sia sempre di per sè buona, mentre solo l'azione dell'uomo
può essere cattiva. E' anzi proprio l'intervento umano
la causa percepita del degrado. Ciò sembra dipendere,
almeno in parte, dal fatto che l'uomo non può rifiutare
di far parte della natura.
Nel contempo, sotto l'egida della preoccupazione ambientale viene
sviluppata un'ampia ristrutturazione dei punti di riferimento
socialmente accettabili per le scelte collettive. L'identificazione
del sito per una discarica, le strategie energetiche (ed industriali)
del paese, l'abbattimento di un albero ormai consunto, offrono
la base per ridiscutere il concetto di democrazia e di diritto
naturale. Per il tramite dell'ecologismo, e del rinascente localismo
che se ne fa portatore, viene messa in discussione una buona
parte del nostro contratto sociale.
Alla base della visione ecologista del mondo sta infatti, come
abbiamo già sottolineato, la convinzione secondo cui tutto
ciò che è naturale è per definizione buono,
mentre ciò che è umano risulta cattivo. L'idea
di fondo è che la realtà naturale possieda in sè
una capacità di autoregolazione positiva che solo il malefico
intervento dell'uomo riesce a sconvolgere.
E tale sensazione, di una natura intrinsecamente buona come in
altri momenti storici era buono il selvaggio, è corroborata
da un forma di animismo diffuso, dove ogni elemento della natura
viene vissuto come vivo, talvolta quasi a maggior diritto dell'uomo.
In tale prospettiva: poichè la natura non può compiere
il male, essa viene percepita come migliore di noi, che portiamo
invece nel nostro cuore proprio il seme della cattiveria (quasi
un peccato originale della condizione umana). E si esprimono,
con sincerità, affermazioni del tipo: i cani sono migliori
dei loro padroni.
Da questo punto di vista: anche i pericoli più evidentemente
naturali, come i terremoti o le inondazioni, non sarebbero di
per sè elementi negativi se non vi si sovrapponesse l'intervento
perverso dell'umana improntitudine. Avviene così che il
verificarsi di qualsiasi catastrofe veda la immediata ricerca
delle responsabilità appunto dell'uomo, nella convinzione
che comunque ve ne siano (convinzione volgarizzata nel concetto
di: piove, governo ladro). Uno dei vantaggi che tale immagine
del mondo presenta sta nel fatto che: se la causa di molte disgrazie
non sta nella natura ma nel nostro stesso errore, allora è
possibile immaginare di evitare il danno con il riparare, almeno
per il futuro, alla nostra mancanza.
Il che ci aiuta a fantasticare che: se il male è prodotto
dall'uomo, allora è controllabile appunto dall'uomo. E
il pensiero ecologista si trova inesorabilmente ad estendere
sempre più la categoria dei fatti umani (per definizione:
controllabili) riducendo quella degli eventi naturali (per definizione:
incontrollabili). Avviene così che, in teoria, il mondo
diventi sempre meno pericoloso poichè, sempre in teoria,
la capacità dell'uomo di controllarlo risulta sempre più
ampia. Implicita in una simile concezione è anche la convinzione
sottostante che l'uomo possa tutto. Nel sottolineare quanto,
della alterazione ambientale, dipende dal cattivo o mancato intervento
dell'uomo, si sta prefigurando infatti un intervento dell'uomo
potenzialmente onnipotente.
La natura soggettiva della compromissione ambientale si imparenta
allora con il cosiddetto sintomo nevrotico, e particolarmente
con la fobia. Ad esempio: il soggetto che teme, poniamo, gli
ascensori (claustrofobico) non sta affatto ragionando sulla base
di quello che gli è successo prima (visto, tra l'altro,
che ha sempre evitato di salirci). Sta invece trasferendo sugli
ascensori stessi delle ansie che nutriva già prima, per
conto suo. E infatti non è in grado di descrivere con
esattezza in che cosa potrebbe consistere effettivamente la gravità
del pericolo che l'ascensore comporta.
Lo stesso vale, come si sarà intuito, per la scelta di
abbattere un albero, magari giunto ormai alla fine del suo percorso,
spesso per sostituirgliene uno in migliori condizioni. Con in
più che, nell'abbattimento di una pianta malridotta, viene
evocata l'idea del limite della nostra vita. Abbattere una pianta
ormai allo stremo ci ricorda il tema della sopravvivenza del
più forte, e con essa il timore atavico di essere anche
noi ormai alla fine della strada (di essere cioè il più
debole). Cosicchè nella oculata scelta di sostituire i
sani ai malati qualcuno può ravvisare, per identificazione
non necessariamente consapevole, una forma di eutanasia in cui
non vorrebbe trovarsi ad essere coinvolto in prima persona.
L'inquietudine verde è poi, tra l'altro, una rivisitazione
di quella preoccupazione per la pulizia che sembra avere giocato
un ruolo tanto rilevante nel determinare, attraverso l'educazione
che ci è stata impartita da piccoli, il nostro carattere.
Il controllo degli scarichi e dei veleni è una versione
civilizzata e planetaria del problema di sorvegliare le nostre
feci, che credevamo di avere risolto con il dominio delle deiezioni
personali. Le fognature non bastano più a nascondere le
turpitudini del mondo, ed occorre trovare nuove soluzioni al
diffondersi del male nell'aria.
Più in generale: il fattore ambiente entra
insomma a far parte di tutte le fasi dell'attività umana,
di tutte quelle che si potrebbero definire come arti e come opere,
ovvero nell'intervento dell'uomo sul mondo. Come ogni variabile
che entra nel gioco dell'attività dell'uomo in quanto
faber, l'ecologia è di per sè una dimensione asettica,
non diversamente dall'economia, dalla finanza, dall'ingegneria,,
dall'agronomia, dalla psicologia o da quant'altro. Arriva a rappresentare
un limite oppure una opportunità (una bottiglia mezza
vuota o mezza piena) più che altro per il modo in cui
viene vissuta e agìta.
Un portato assai rilevante dell'evoluzione epocale (lo spirito
dei tempi) degli ultimi decenni è consistito però
nel fatto che il fattore ambiente si è portato decisamente
in primo piano. E sarebbe improduttivo, o meglio impossibile,
considerarlo come un fattore estraneo all'intervento concreto
dell'uomo sul mondo attraverso le proprie opere, per il semplice
fatto che ne è un elemento costitutivo.
Ciò appare ovvio in teoria, ma nella pratica non lo è
altrettanto. Il riferimento ecologico (il pensiero verde), dal
punto di vista di chi agisce concretamente (nell'industria così
come nella coltivazione), è un ostacolo (esterno) soltanto
se non lo si conosce, non lo si capisce, non ci si crede, e quindi
non lo si riesce ad incorporare e gestire. Il caos è anche
un ordine non strutturato. Così, la cultura diffusa dell'ambiente
non consiste di una malefica opposizione di principio, bensì
di un modo possibile di collaborazione, se si riesce a trovarne
la chiave. Poichè molti seguono la propria via, in una
direzione così come nella direzione opposta, con il sincero
intento di ottenere il bene.
L'opportunità che il sentire ecologico ci offre consiste
nel trattare tutte le dimensioni dell'ecologismo per quello che
sono, come una variabile strutturale della realtà di fine
millennio, ed integrarle serenamente nella realtà globale
del processo di gestione della natura. La grande forza attuale
(ancorchè leggermente calante) dell'ecologismo può
essere indirizzata, come avviene per l'energia solare o per quella
idroelettrica, verso lo sviluppo, invece che verso la crisi.
Che l'ambiente sia una opportunità in termini di acquisizione
di spazi di opinione pubblica appare evidente appunto dal passato
successo dei movimenti ecologisti. L'argomento "di vendita"
della purificazione ambientale ha permesso l'acquisizione, addirittura,
di spazi commerciali. Lo stesso ragionamento vale per i prodotti
("torna alla natura"), ovvero per le produzioni (le
energie "pulite", la chimica "naturale"),
che si sono definiti "ecologicamente". Basti pensare,
per cogliere le diverse possibilità di accompagnare invece
che contrastare un movimento di opinione tanto significativo,
al caso dei prodotti "eco-label".
L'industria italiana del gas, ad esempio, con l'invenzione del
fenomeno metano, ha infatti utilizzato la sensibilità
ecologica a proprio favore, pur partendo da problemi di rapporto
con l'opinione pubblica che erano molto simili a quelli del nucleare.
E' avvenuto così che la pericolosità del gas non
è entrata a far parte della preoccupazione ecologista,
e questo anche se ogni anno, nel mondo, muoiono purtroppo alcune
migliaia di persone per diretta causa del gas domestico, di cui
molte decine anche in Italia. Negli Stati Uniti (dove peraltro
c'è molto petrolio e mancano gasdotti intercontinentali
come nel nostro Paese) il metano è stato duramente ostacolato,
e di fatto impedito, proprio dai movimenti ecologisti (pare strano,
ma è così). E non dimentichiamo i mille esempi
analoghi, come, per ricordarne solo uno, quello del motore diesel
per le automobili, che al tempo venne introdotto (benchè
ormai pochi lo ricordino) accompagnandolo con motivazioni di
pulizia ecologica.
La variabile ecologista è prima di tutto un atteggiamento
mentale, che si concretizza però in strategie efficaci
operativamente, se la si riesce a capire fino in fondo. Una immagine,
e più ancora una logica operativa, di impostazione ecologica,
può rendere accettabile una impresa (che cosa sarà
mai la "plastica biodegradabile"?), o cambiare il volto
di un prodotto ("le materie prime seconde" in luogo
della spazzatura). Non si tratta solo di un intelligente gioco
di parole ("metano" invece che "gas"), ma
di strategia operativa.
Il fatto che tutti siamo, più o meno, sensibili al tema
ambientale significa che si hanno potenzialmente molti alleati.
La vaghezza dei riferimenti ecologisti permette di immaginare
strutturazioni fortemente innovative della questione sul tappeto
(il petrolio, magari verde, vissuto come salvezza dal nucleare).
La necessità di costruire attribuzioni aiuta a trovare
meccanismi espiatori diversi da quelli attuali, ed a ridurre
le responsabilità in loco (per cui, ad esempio, l'inquinamento
deriva dalla guerra nel golfo). Le fantasie distruttive possono
essere rovesciate in termini positivi (l'indifeso bambino a quattro
zampe delle comunicazioni pubblicitarie che hanno introdotto
il metano in Italia). Esistono interi mercati che vivono in buona
parte del vantaggio ecologico, come avviene nel caso delle società
che producono depuratori, delle erboristerie e delle guardie
forestali, ovvero dei politici che ne controllano il sistema
di assunzione, e così via.
Potremmo aggiungere ancora molto sulla psicologia
del pensiero verde, ma usciremmo dai limiti allusivi di questo
tipo di intervento. Varrà comunque la pena di notare,
concludendo, che l'identificazione di una preoccupazione, quale
qui abbiamo appena accennato, può aiutare a lenire il
disagio che essa stessa produce. Ciò che conta è
non prendersela solo con il sintomo, ma capire le dinamiche sottostanti
(molto più profonde e generali) che lo rendono tanto significativo.
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Benvenuti nel sito ufficiale
di Felice Perussia, Professore Ordinario di Psicologia Generale
e di Psicotecnica nella Facoltà di Psicologia dell'Università
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a tutte le pagine dei siti collegati al gruppo PSICOTECNICA.
Siamo orgogliosi del
fatto che, da quel momento, le pagine viste su PSICOTECNICA abbiano largamente superato
il milione.
Le pagine aperte, anche
solo da allora, nell'ambito del Laboratorio di PSICOTECNICA sono state infatti (certificazione
ShinyStat):